Solipsista atipico. Questa è forse la definizione migliore per
il proprietario di questo blog, Davide Casali aka Folletto Malefico "@.
Programmatore,
grafico,
fotografo.
Scrittore, disegnatore, creativo. Utopista, osservatore.
Sbaglia come tutti, ma ama correggersi.
E' Interaction Designer & Architecture Designer, lavora in maison,the
e segue alcuni progetti nel suo tempo libero.
E' laureato magistrale in Teoria e Tecnologia della Comunicazione
e si interessa di psicologia sociale applicata alle tecnologie.
E’ giunto il tempo di provare un’altra strada. Quindi abbandono uno spazio familiare come questo e sposto la mia attività su un dominio più consono: intenseminimalism.com.
Il tutto prende avvio dal redesign di questo blog iniziato quasi 11 mesi fa, ma poi l’intento si è trasformato ed evoluto in qualcosa di differente. Si è inserito in un ragionamento più ampio sulla mia identità sul web.
Infatti, questo blog quando è nato era uno spazio per le mie riflessioni personali e para-filosofiche. E’ figlio di “digitalhymn” che doveva essere il sito principale dove avrei pubblicato i miei lavori, progetti e… semplicemente gli eventi han deciso altrimenti.
Quel sito non è mai andato oltre una splash page un po’ ricca per me e Simbul, mentre il blog è cresciuto come cosa viva con me, aumentando il numero dei lettori e visto il nuovo audience di persone sconosciute mi è anche diventato più difficile essere ‘intimo’. Non che sia un bene o un male, è solo un dato di fatto.
Allora questo blog chiuderà. In modo graduale, ma chiuderà.
Allora ho preso la via difficile: un blog in inglese.
Vediamo quanta fatica costerà e quanto correttamente riuscirò a scrivere. Oltre al supporto, vi chiedo subito una cosa: se vedete errori, mandatemi pure una mail. Là ben visibile a fondo pagina, non dovreste aver problemi. Non sono una capra, ma comunque qualche errore lo faccio ancora.
Il sito ci metterà ancora un po’ per riempirsi: per esempio il layout della home è fatto per visualizzare almeno 5 elementi e oggi ce ne sono 3. E’ bruttino così, ma confido che nei prossimi giorni si completerà. Simile discorso per la ricerca.
Si accettano poi consigli per l’ultima sezione. Ho idea di metterci magari qualche opera in digitale, ma al momento sono ancora un po’ in dubbio: qualitativamente di recente non ho investito molto tempo e non sono quindi molto soddisfatto. Avete consigli?
…
Quindi, beh, che altro dire… chi vuole, mi segua di là.
Venerdì scorso, prima della sessione al World Usability Day 2009, ho tenuto una lezione di due ore al corso del SocialMediaLab in IULM. La sfida era interessante perché un po’ differente dal dover affrontare un pubblico di persone già – in una certa misura – esperte ed era differente dalla scorsa lezione in Cattolica visto il tempo e il differente taglio richiesto.
Per certi versi ero anche più motivato, perché comunque a me piace insegnare e quindi poter raccontare un aspetto del mio lavoro – e delle mie passioni – a dei ragazzi non poteva che essere due volte più interessante.
Ho guardato sul sito un po’ anche le altre presentazioni e ho capito che potevo spaziare un attimo oltre ad un taglio verticale su Motivational Design, così ho strutturato la lezione in 4 passaggi:
Mindset: in altri termini quali sono alcuni atteggiamenti mentali che ritengo importanti. Non ho cercato di essere esauriente, ma piuttosto ho provato a dare un taglio più su quelle cose che “normalmente non vi vengono dette” e invece sono a mio avviso importanti… e non solo come professionisti.
Theory: sostanzialmente Motivational Design, con un po’ di spiegazione, un po’ di esempi e alcune note sulla progettazione.
Go deeper: qui ho voluto evidenziare la differenza sensibile di prospettiva che si ottiene provando qualcosa e su quale sia secondo me il reale significato di “provare“. Questo è anche uno spunto di discussione interessante, se volete aggiungere qualcosa.
Practice: metodo. Perché ritengo che il metodo sia una delle cose più importanti per portare a casa progetti, idee e lavori. Tutti abbiamo un metodo, anche se pensiamo di non averlo in realtà è semplicemente qualcosa che abbiamo sempre fatto e assimilato dall’ambiente. Avere chiaro che esiste e quanto sia importante per me è un elemento chiave. E poi si combinava bene con la lezione appena dopo di Fullo che parlava di project management.
In più vi sono stati due temi che ho toccato più volte, uno in modo esplicito, ovvero il concetto di fail fast, uno in modo implicito, ovvero l’importanza della semplicità, con la quale ho anche reso onore a Bruno Munari in chiusura.
Curioso a dirsi, dopo la pubblicazione di sabato le slide sono state anche selezionate come “Featured: We thank you for this terrific presentation” su SlideShare: tutt’ora è ancora in prima pagina. Cosa che nel suo piccolo mi ha dato una certa soddisfazione.
Venerdì ho partecipato all’evento italiano del World Usability Day 2009, una giornata mondiale nata nel 2005 per ricordare ad utenti, professionisti e manager che una buona tecnologia per essere efficace deve anche essere usabile, semplice, intuitiva.
La giornata si è rivelata a mio avviso al di sopra delle aspettative. Non ho potuto esserci dal mattino – e mi sono perso la presentazione di Leandro – ma al pomeriggio ho potuto comunque vedere temi e persone interessanti, oltre che la tavola rotonda finale che ha spaziato molto, anche uscendo un po’ dai temi dell’usabilità per porsi interrogativi sul modo migliore di diffondere questa nozione fondamentale.
Il tema che abbiamo portato io e Gian calzava a pennello, perché si tratta dell’Usabilità Sociale, uno dei quattro elementi principali di MoDe, Motivational Design. In modo analogo alla parte sulle Motivazioni Relazionali portata allo scorso UXcamp di Firenze, siamo andati in verticale sull’argomento specifico, spaziando anche con qualche caso concreto.
La presentazione lascia molti spazi di approfondimento affrontando in modo spero semplice l’Usabilità Sociale. Ovviamente, se ci sono suggerimenti o consigli sono i benvenuti.
Mi è capitato ieri di leggere un bellissimo passaggio di ricerca storica – seppure storia recente – di Mark Pilgrim. Lui è andato infatti a ripescare la discussione originale, che risale al 1993, di quando si stava discutendo dell’HTML, HTTP e di come costruire un browser.
Erano i tempi di HTTP 0.9, con l’HTML che era intorno alla versione 1.0 (punto più, punto meno). Tutte le tecnologie che oggi sono date per assunto, ovvie e normali, allora erano ancora in forse, stavano ancora prendendo forma.
E a seguire vennero fatte una serie di proposte: <icon>, <include>, <a> (con capacità di embed), <aud> (ricorda “audio” a qualcuno?)… alla discussione partecipano anche certi noti come Tim Berners-Lee.
Finchè, il 12 marzo 1993, Marc torna sull’argomento e annuncia:
Back to the inlined image thread again — I’m getting close to releasing Mosaic v0.10, which will support inlined GIF and XBM images/bitmaps, as mentioned previously.
[...]
We’re not prepared to support INCLUDE/EMBED at this point. … So we’re probably going to go with <IMG SRC="url"> (not ICON, since not all inlined images can be meaningfully called icons). For the time being, inlined images won’t be explicitly content-type’d; down the road, we plan to support that (along with the general adaptation of MIME). Actually, the image reading routines we’re currently using figure out the image format on the fly, so the filename extension won’t even be significant.
E qui, più o meno, il gioco è fatto: Marc ha incluso in quello che poi sarà Netscape Navigator il tag <img>. Di tutte le proposte fatte, quella che ha vinto è stata quella implementata prima.
Io però sottolineerei anche una cosa. E’ vero, è stata quella implementata prima e di per sé è un enorme vantaggio. Ma non avrebbe funzionato se non fosse stata anche semplice. Si parlava di mime-types possibili, di generalizzazioni, di astrazioni. Ma la forza di un semplice “img” e di un url è stata impossibile da superare come intuitività, brevità e chiarezza.
Vi consiglio di leggere tutto l’articolo se volete scavare un po’ nel passato e buttare un occhio su come sono nate certe tecnologie.
La riflessione io la ritengo particolarmente interessante perché spesso – troppo spesso – ci si concentra su cosa è successo all’inizio, ma si prende come “inizio” il momento in cui tutto è emerso. Ma la parte più bella, quella più interessante perché evidenziante le difficoltà e i colpi di fortuna e del caso, è quella che viene appena prima. Magari quel singolo messaggio apparso per caso, ma che ha generato una risposta, quella giusta. O quell’incontro per caso al bar.
Troppo spesso si ignorano le complesse dinamiche che portano a queste nascite. Non complesse perché difficili, ma complesse perché un insieme di apparenti casualità o sfumature che si intrecciano.
L’UXcamp a Firenze di sabato scorso è andato molto bene direi: due giornate con molte persone interessate e interessanti e molte chiaccherate utili.
Purtroppo non sono riuscito a seguire tutte le presentazioni che avrei voluto: un po’ per sovrapposizioni e un po’ per il pranzo (eccellente, nonostante i piatti zebrati e leopardati) tirato per le lunghe a chiaccherare… su argomenti che potevano peraltro tranquillamente essere portati in un paio di slot dell’UXcamp stesso.
Due appunti, a mia memoria e vostro spunto:
Luca Mascaro (con Ivana) mi riporta in mente il discorso dell’iperlocale. Parentesi: io amo EveryBlock. Credo anche io che ci sia uno spazio molto interessante qui, vedo però poco sperimentare, almeno in Italia, e forse tutti progetti troppo “grossi”. Ancora nessuna idea che mi affascini fino in fondo, a parte il pensiero di iscrivermi al Twitter del panettiere sotto casa per sapere quando c’è il pane appena sfornato… se solo lo facesse il mio panettiere.
Forse è solo che la tecnologia di oggi non va bene per l’idea nuova, non so.
Progetti digitali per il supporto agli anziani, tema interessante che sto affrontando anche io, seppure devo ancora inquadrare esattamente gli scopi, perché io personalmente ragiono in termini di qualità della vita, prima ancora che di assistenza. Progettare l’assistenza è “facile” (per un senso lato di facile).
Mi trovo purtroppo a fare la solita recriminazione, ma stavolta sarò breve: non era un BarCamp. Ma pazienza, ignorando il fatto l’evento è andato bene e tanto basta.
Vi riporto le slide (in inglese) della presentazione che ho fatto al mattino con Gianandrea. Questa volta abbiamo preso un approccio più ludico e più vicino ai designer, cercando di collegare il più possibile un aspetto singolo della metodologia di Motivational Design, le motivazioni relazionali, con il lavoro di tutti i giorni degli user experience designers. La presentazione è come sempre su Slideshare: Mo.De. Motivational Design: Motivational Hooks.
Abbiamo ricevuto un po’ di complimenti, in effetti mi è sembrata andare bene come presentazione, ma mi piacerebbe sentire anche qualche critica. Se ne avete, siete i benvenuti.
Purtroppo so che le slide da sole sono molto scarne e che quindi chi non ci ha sentito avrà qualche problema in più. Sono giusto un accompagnamento allo speech, ma la parte di gioco e i passaggi essenziali dovrebbero comunque essere comprensibili.
Per semplificare l’approccio alla metodologia del Motivational Design (Mo.De.) io e Gian abbiamo preparato una sintesi in 3 pagine. Questo documento spiega in breve cosa è il Motivational Design e i suoi quattro fondamenti: Bisogni Funzionali, Usabilità Sociale, Motivazioni Relazionali e Flusso di Attività Circadiano.
Da questa parte è esclusa la prassi metodologica, per la quale rimandiamo ancora al documento principale di Motivational Design. Sia sintesi che il documento principale corrispondono alla versione 1.5 della metodologia.
Questa sintesi introduttiva ci ha anche permesso di fare una traduzione in inglese, sempre con il supporto di Sara, che ringraziamo per i suoi consigli.
Enfatico: Videocracy è un documentario estremamente ben fatto, con un uso a mio avviso eccezionale di pause, silenzi e musiche. Visualizza uno spaccato drammatico dell’Italia di oggi, non tramite l’elencazione dei numerosi fatti, ma tramite una lente ben poggiata su alcune figure chiave.
Superficiale: Videocracy documenta solamente la superficie. Non scava. Non è un reportage dettagliato, non aspettatevelo. Non svela niente di “nuovo”. Mostra alcune persone scelte in modo mirabile per come sono, nella loro drammatica apparenza, unendo i tasselli creando paralleli efficaci, il tutto permeato da considerazioni sociali sull’Italia mediaticamente manipolata.
Per certi versi mi viene in mente un documentario del National Geographic: fanno vedere gazzelle e leoni, ma senza spiegarti perché la gazzella ha quel ruolo nella savana, e come il leone è diventato il predatore… né cosa lega gli uni agli altri.
(Tra parentesi, due sole persone in Videocracy mi sembrano avere la percezione della complessità delle interrelazioni del tutto: Berlusconi e Corona. Gli altri…).
Sbagliato: Videocracy non va bene per l’Italia. I magistrali spazi vuoti sono fatti per essere riempiti dalla mente critica di chi li guarda, seguendo il suggerimento morale dettato dalla musica. Ma secondo voi, un italiano che è immerso nei valori criticati da Videocracy, come riempie questi spazi?
Videocracy è una critica per menti già critiche, acuisce le domande, non le forma. Mi viene da pensare che diventa evidente che l’autore di questo documentario sia Italo-Svedese: abbastanza italiano per averne a cuore la situazione drammatica, abbastanza svedese per non accorgersi che è una critica che – secondo me – rischia di non attecchire in assenza di spirito critico.
È come l’ironia: se non ti rendi conto della realtà dei fatti non la puoi capire. Se reputi casa tua bella, il commento “Casa tua è fantastica!” non lo percepirai come ironico.
Sono abbastanza convinto che una persona che già non ha capito cosa stia succedendo, rischia di uscire dalla visione di Videocracy con un vago malessere ma una chiara visione su quale sia il modo per ottenere soldi e potere. Quello.
Il titolo è eccessivo per sintesi, ma con questo non voglio dire che sia brutto, o fatto male. Dico che persegue uno scopo preciso. Questo significa due cose secondo me: pochi andranno a vederlo e quei pochi saranno anche in grado di capirlo.
Per esempio, ci sono determinati momenti ad effetto che da soli meritano la visione.. C’è un passaggio di Corona che parla in automobile mentre con la macchina passa dietro a casa mia, a Greco (Milano), dopo che è stato in una discoteca a rilasciare interviste. Gli chiedono: “Cosa ne pensi delle persone che vengono lì per te?”.
La risposta di Corona, in quel preciso momento è a mio avviso spettacolare. Non per quello che dice, ma per l’insieme. Per chi è lui, per come risponde, per il contesto, per cosa dice, perché lo dice davanti ad una telecamera, perché sembra accorgersi lui stesso che è proprio in quella situazione.
Qualche giorno fa Jacopo mi ha segnalato un video molto interessante dal TED: “Dan Pink on the surprising science of motivation”. Si ricollega molto bene con alcuni punti chiave della metodologia MoDe. Il video è molto interessante e ben articolato, quindi se avete un attimo di tempo guardatelo. Altrimenti, riporto qui per comodità alcuni concetti interessanti.
Nel 1945 Karl Duncker ha condotto un esperiemento chiamato “il problema della candela“, per analizzare il comportamento delle persone nel risolvere delle operazioni che richiedono di pensare in modo non convenzionale, la cosiddetta fissità funzionale (functional fixedness). Alla persona che sta eseguendo il test viene dato una candela, dei fiammiferi ed una scatola di puntine e le viene chiesto di attaccare la candela al muro in modo che non goccioli sul tavolo.
Se volete pensateci su un po’ su come affrontareste il problema prima di proseguire con la lettura…
La soluzione implica togliere tutte le puntine dalla scatola, attaccare la scatola al muro e mettere la candela dentro la scatola.
L’esperimento elicita un tipo di pensiero creativo, che richiede di pensare ad un uso differente per uno degli oggetti disponibili (neppure percepito spesso come disponibile, ma semplicemente come contenitore delle puntine, l’oggetto percepito come disponibile).
Che c’entra questo con la motivazione? Semplice: qualche tempo dopo, circa nel 1964 (non ho trovato il paper originale), Sam Glucksberg presenta lo stesso problema a due gruppi: ad uno viene detto che chiunque risolvesse il problema classificandosi nel primo 25% di tempi avrebbe ricevuto una somma in denaro con un premio ulteriore per il più veloce. Al secondo gruppo invece viene detto che verranno cronometrati in modo da valutare il tempo medio di risoluzione di un problema simile.
Il risultato è quantomeno interessante: le persone motivate dal denaro sono state in media più lente di tre minuti e mezzo.
Questo esperimento, dice Dan Pink, è stato ripetuto per 40 anni in tutto il mondo e ovunque ha riportato gli stessi risultato. Perché c’è questo distacco fra i fatti scientifici e il mondo del business? (Si chiede lui, la domanda è interessante ma visto quanti problemi ho avuto nel trovare il paper di Glucksberg di cui sopra una rispostina ce l’avrei anche…).
La cosa interessante è che sempre Glucksberg ha condotto un secondo esperimento, nel quale però la scatola veniva fornita separatamente dalle puntine. Stesso test. Stessi gruppi.
Il risultato? “The incentivized group kicked the other group’s butt”.
Il motivo? Beh, con la scatola già disponibile non ci vuole molto ad arrivare ad una soluzione. Ce l’hai davanti al naso.
Dan Ariely condusse un altro esperimento. Presentò dei giochi che richiedevano creatività a un gruppo di studenti del MIT, dividendoli in tre fasce di premi, tutti monetari. Il risultato è stato analogo allo stesso esperimento condotto in India, a Madurai: il premio più alto è coinciso con le performance peggiori fra i tre gruppi.
Il comportamento cambia:
Le motivazioni estrinseche, i premi, funzionano bene per quel genere di operazioni focalizzate, precise e ben definite.
Le motivazioni intrinseche invece vanno bene per stimolare la creatività. La soluzione è alla periferia, non serve focalizzazione ma serve collegare elementi lontani.
Gli esempi positivi di business che questo discorso l’hanno capito esistono. Dan Pink cita Atlassian e Google: il 20% del tempo degli impiegati è dedicata ad attività libere extra-lavorative. O la metodologia ROWE, che si basa proprio sulla gestione libera del tempo delle persone. O Wikipedia, una enciclopedia scritta in modo completamente volontario.
Perché è importante? Perché qui stiamo parlando di capacità di problem solving, di creatività. Di trovare soluzioni nuove. Se la soluzione è già stata trovata da qualcuno, scomposta e pronta per essere fatta, una macchina prima o poi arriverà a poterla fare – ed è quello che sta succedendo, già oggi.
Svegliarsi al mattino è una di quelle tante cose che è condizionata da moltissimi favori. Mettete un pizzico di cattivo umore, una giornata che si prospetta triste e magari fuori il diluvio (se non vi piace la pioggia) ed ecco che il letto sembra ancora più caldo ed invitante. Al contrario, mettete un po’ di buon umore, una giornata che si prospetta fantastica e un bel tempo ed ecco che vi staccherete dalle coperte in un istante.
Uno dei fattori più determinanti di quanto si pensi è però l’automatismo, la solita bestia a due facce con i suoi pregi e i suoi difetti. Abituatevi ad un certo comportamento e distaccarvene risulta difficile.
Cosa significa? Significa che se l’abitudine del vostro risveglio è “alzarsi istantaneamente” allora sarà più facile proseguire con questo comportamento. Se, al contrario, la vostra abitudine è “no dai, altri 5 minuti” quel tempo si protrarrà fino a mezz’ore e ore nel letto a sonnecchiare e a corse furibonde per andare in università o in ufficio.
Riprendo quindi un ottimo articolo di Steve Pavlina, un esperto del sonno che ho già citato altre volte: “How to Get Up Right Away When Your Alarm Goes Off“. Il pezzo è piuttosto dettagliato con anche alcuni passaggi teatrali sul dialogo interno (“Uhmmm… dovrei alzarmi ora. Forza gambe. Giù dal letto. Dai. Su.” etc.). All’interno dell’articolo vi spiega come ottenere questo:
La mia sveglia suona fra le 4:00 e le 5:00 del mattino… mai più tardi delle 5:00, anche il weekend e durante le vacanze. Spengo l’allarme entro pochi secondi. Riempio i polmoni d’aria con un respiro profondo e stiro gambe e braccia in tutte le direzioni per circa due secondi. Appena dopo i miei piedi toccano terra e mi vesto [...].
Certo, senza dubbio la fascia 4-5 del mattino è un orario che molti preferiscono evitare (io però un tentativo di abituarmi a quell’orario lo farò prima o poi). Lui però parte da quella spiegazione per dire: in meno di trenta secondi sono fuori dal letto e mi sto vestendo.
Pavlina si chiede dunque: come passare da un risveglio lungo a uno immediato come questo? L’approccio normale delle persone è quello di applicare forza di volontà: alle 10 di sera decido di alzarmi alle 5. E alle 5 decido di rimandare alle 8. Vi ricorda qualcosa?
Il problema è che alla mattina si ha il cervello annebbiato (“fog of brain”). Non si prendono decisioni lucide. E così non si riesce a fare discorsi sensati per convincersi ad alzarsi.
La soluzione che suggerisce è quindi quella di affidarsi al subconscio, agli automatismi. E per farlo conviene farlo in pieno giorno, con la mente attiva e sveglia, in modo che tramite la volontà ben attiva in quel momento si riesce a trasformare la risposta alla sveglia in una azione automatica. Pavloviana.
Ecco quindi cosa suggerisce di fare, anche se lui stesso ammette che ci si sentirà stupidissimi a farlo, soprattutto se c’è qualcuno in casa a guardarvi:
Andate in camera da letto e organizzatela in modo che somigli il più possibile allo stato nel quale si trova al mattino. La quantità di luce è ovviamente un fattore importante da tenere in considerazione.
Vestitevi come siete vestiti mentre dormite. Se usate il pigiama, mettetevelo.
Puntate la sveglia alcuni minuti più avanti.
Mettetevi a letto.
Immaginate che sia mattina. Allontanate la mente da quello che state facendo. Visualizzate un paradiso tropicale o un altro luogo piacevole.
Suona la sveglia!
Spegnetela.
Fate un bel respiro e stirate gambe e braccia.
Scendete dal letto.
Fate un bel sorriso.
Muovetevi per fare l’azione successiva che di solito fate dopo esservi alzati, come vestirsi o andare in bagno.
Ripetete finché tutto questo non vi viene automatico.
Quando è realmente automatico? Quando non avete più una voce in testa che vi descrive l’azione successiva da fare. Quando tutto avviene senza pensare, un passo dietro l’altro.
Il consiglio è di fare alcune sequenze di questo genere nell’arco di qualche giorno, con 3-10 ripetizioni ogni volta. Un po’ come le ripetizioni di un esercizio leggero in palestra.
Più questo viene ripetuto, più si ingrana nel subconscio: allarme -> alzarsi immediatamente. Allarme -> alzarsi immediatamente. Allarme -> alzarsi immediatamente.
Quanto bene funziona? Molto bene, al punto che non alzarsi in quel modo crea disagio, invece che il contrario. Gli automatismi sono pratiche molto efficaci che sfidano a testa alta la forza di volontà. Una volta che un automatismo è ben rodato è difficile cambiarlo, l’importante è costruirsi automatismi utili.
E’ infatti molto probabile che tutti coloro che “non riescono ad alzarsi in fretta” abbiano semplicemente un automatismo, semplicemente non quello che la persona desidera. E’ importante anche notare che darsi degli stupidi perché non si riesce ad alzarsi rinforza a sua volta l’automatismo, e tale pensiero si aggancia ad esso, così da diventarne parte. Così, si arriva non solo ad alzarsi tardi ma anche di malumore, perché ci si è dato degli stupidi per tutto il tempo. Automaticamente.
E’ importante anche un’altra cosa: l’automatismo è basato sulla ripetizione. Pavlina consiglia infatti di mantenere lo stesso orario di risveglio con questo automatismo per almeno 30 giorni, prima di iniziare a variare. Per intenderci: cambiare nei weekend o in vacanza solo perché “si può dormire di più” rende l’automatismo più debole, così se non era abbastanza forte lo si perde rapidamente.
Personalmente posso confermarvi tre cose:
Si, ci si sente davvero stupidi a fare questo esercizio in pieno giorno.
Si, il sistema funziona.
Si, l’abitudine si perde molto in fretta se non la si ripete a sufficienza.