30
08
03

Sofismo del Vero

23:30 Writings
Questo è un breve saggio, piuttosto naif, scritto da me qualche anno fa. E' una dissertazione sul significato della "verità" in connessione soprattutto alla comunicazione e in correlazione alla possibilità di manipolare la verità stessa. Vi è un sott'inteso che in questo scritto inizia a trasparire nel mio progredire nella mia posizione attuale sulla verità: seppure non esplicitamente citato è evidente come la verità sia qualcosa di funzionale, non qualcosa di oggettivo. Però questa non era una delle conclusioni a cui ero giunto allora. Peraltro, gli ultimi capitoli deviano leggermente dal "sofismo" dei primi, accennando alcuni argomenti sicuramente inerenti ma che sono un po' forzati all'interno di questo testo.

Premessa: lo Scritto

Questo testo è stato completato in più periodi, partendo da un concetto iniziale che ha avuto intuizione molto tempo prima ma che ha trovato un filo logico formale, ovvero comunicabile con una certa coerenza (spero sufficiente), solo poco tempo fa.
Il mio intento comunque non è scrivere un saggio in proposito, bensì cercare di riprodurre un certo ragionamento che segue un determinato corso.
Se non capite, mi spiace, ma al momento di meglio su tali ardue tematiche non son riuscito a fare di meglio. Se comprendete, complimenti.

Introduzione: il Vero

Prima di tutto, bisogna formalizzare cosa si intende per “vero”.
Il concetto è piuttosto complicato, nel senso che nel suo significato più banale e per il nostro fine è definibile come qualcosa che corrisponde alla realtà perfettamente.
Purtroppo tale senso non è applicabile, perché si può piuttosto facilmente comprendere come sia utopico definire tale concetto: nulla può aderire veramente alla realtà, essenzialmente per due motivi:
- la realtà non è definita
- la comunicazione non è perfetta
il secondo punto introduce già in parte il tema che affronterò.

La prima delle due motivazioni deriva dall’assunzione filosofica che il reale non è conoscibile pienamente ma solamente percepibile come tale. Non si può giungere al noumeno in quanto esiste il velo di Maya che impedisce la piena comprensione.
Ora non vorrei divagare se è possibile o meno andare oltre il velo di Maya, di certo però quanto espresso è un concetto assumibile come valido.

La seconda motivazione ha invece senso di esistere in quanto l’uomo per comunicare ha necessità di usare un mezzo. Esattamente come questo testo. Il mezzo passa da una comunicazione il più possibile aderente alla realtà come una discussione svolta in ambiente tranquillo da due persone fino a un testo simbolico da interpretare.
Il primo caso, che prendo ad esempio in quanto mediamente il più comunicativo, è tale in quanto il contesto consente il sovrapporsi di più canali comunicativi: il discorso come semantica, il tono di voce, l’espressività di viso e corpo, l’emozionalità che si trasmette etc.
Ma, è comprensibile come anche in questo caso che risulta essere il migliore, è impossibile ottenere l’utopica comunicazione perfetta.

Quindi, giungiamo ad un punto che è la partenza del ragionamento:

Primo Concetto: Semantica della Parola

Ma qual è il punto dell’imperfezione comunicativa? Come è possibile che riusciamo a comunicare determinate cose, mentre altre rasentano l’impossibilità? E’ puramente questione di lessico?
Credo che, fin da subito, si possa affermare come un lessico più ricco di vocaboli consenta una maggiore precisione ed espressività. Da qui, potremmo utopicamente teorizzare che un dizionario con un numero infinito di voci possa consentire una comunicazione perfetta.
Non voglio questionare su tale argomento, potrebbe essere una affermazione vera come no, però è semplice qui giungere al motivo per cui tale assunzione è utopica. Dato che il dizionario così come è attualmente non è praticamente da nessuno conosciuto integralmente, sarebbe impossibile conoscerne uno infinito (sempre considerando la validità del significato univoco dei termini, come vedremo dopo questo non è accettabile). Inoltre, bisogna considerare come il lessico sia una convenzione di una popolazione che parla la stessa lingua, quindi perché un termine possa diffondersi, deve esistere tale convenzione.
In definitiva: un dizionario è applicabile solamente se il numero di vocaboli è definito e limitato, anche se possibilmente ricco di sfumature.

Ora passiamo dall’imperfezione del linguaggio come globalità all’imperfezione della parola singola.
La questione qui è più complessa da afferrare. Si può però partire da una osservazione piuttosto comune, che deriva dalla vita di tutti i giorni e da un ragionamento semplicissimo: una parola può assumere sfumature di significato differenti. Questo, è meno sensibile all’interno di uno stesso contesto ma molto chiaro se si estrapola una singola frase dal suo ambiente.
Ora si potrebbe riflettere come mediamente un aforisma non è altro che una frase che tende a mantenere il significato (o la forza significativa) anche estrapolata dal contesto. Ma non divaghiamo…

Il primo livello di significato di una parola è definita dal dizionario. Cioè dalla convenzione sociale su tale termine che è diventata regola. Già qui è palese come vi siano delle sovrapposizioni di significato all’interno di uno stesso vocabolo.
Il secondo livello è determinata dal mutare sociale del termine rispetto allo scritto del dizionario di una lingua: in pratica non sto facendo altro che tenere in considerazione tutti i significati aggiunti di un vocabolo dalla stesura del dizionario (che ha una certa inerzia storica e sociale) fino al giorno in cui tale voce è utilizzata. Come dire “quello che deve ancora essere scritto sul dizionario”.
Il terzo livello di questa astrazione è rappresentato da tutti i significati assunti in seguito all’esperienza personale e quindi sociale della persona.
Solitamente il mutamento in questo senso di un vocabolo è determinato ad esempio dal collegare il termine con una emozione di un istante, o un momento della propria vita nel quale è stato usato, o ancora una persona che usa uno specifico vocabolo spesso: la connessione mentale è immediata o quasi.
Oppure lo stesso ampliarsi della conoscenza che uno può avere consente di incontrare un termine in tutta una serie di contesti e sfumature di significato che lo arricchiscono e lo definiscono sempre meglio, ampliando la sua rosa dei significati.
Inutile dire che sebbene il primo significato sia quello fondamentale, questa ultima voce è quella forse più importante a livello di un dialogo.

Banalmente, un esempio eclatante lo si può avere usando una parola volgare in un concetto normale (non insulto) di fronte ad una persona di “buoncostume” che “mai userebbe tale turpiloquio”. Sebbene si tratti banalmente di una parola, di qualcosa che è stata creata appositamente per comunicare e null’altro se una sequenza di fonemi, la reazione sarà, probabilmente (le eccezioni esiston sempre) di disgusto e altre sfumature emozionali.
Questo è un semplice esempio piuttosto stereotipato, ma è anche banale indice di quanto anche senza accorgersene una persona possa esser legata dal suo sapere e dal suo ambiente, impossibilitato quindi a procedere nella comprensione del messaggio verbale.

Quindi, arriviamo a definire un concetto piuttosto importante, seppur banale: una parola non ha mai lo stesso significato, ovvero ognuno ha un significato differente per tutte le parole.

Ma allora, compreso questo, non arriviamo alla conclusione che la comunicazione è impossibile? Ovviamente no. Questo perché esiste quello che è definibile come “sovrapposizione semantica” delle parole.
Che significa? Significa che sebbene tutte le parole hanno valori differenti per differenti persone, la comunicazione risulta possibile nell’istante in cui il vocabolo ha una sovrapposizione di significato.
Banale, d’accordo. Ma questo concetto nella sua semplicità è essenziale per il filo logico del ragionamento che sto seguendo.
Prendendo un dialogo fra più persone, supponiamo l’astrazione al solo testo. Pensiamo che venga comunicata una frase perfetta, ovvero una frase che rappresenta per il mittente il massimo possibile esprimibile (non quindi esattamente il concetto da comunicare, ma unicamente il massimo comunicabile secondo le possibilità linguistiche del dizionario corrente). Tale frase verrà ricevuta e compresa dal ricevente però non secondo il significato delle parole del mittente, ma unicamente secondo quello proprio.
Ora possiamo assumere due casi. Il primo nel quale l’interlocutore è un perfetto sconosciuto, quindi utilizzerà unicamente la sua semantica per capire. Oppure sono amici, quindi sarà possibile bilanciare certe mancanze solo grazie al puro conoscersi a vicenda, spesso banalmente sono sufficienti esperienze comuni.
Nel primo caso, si può spesso arrivare a travisare anche completamente un discorso. Nel secondo caso, si dovrebbe quantomeno arrivare al dubbio se effettivamente intendeva dire quel che ho capito.

Ma ho già iniziato la punto successivo del ragionamento…

Secondo Concetto: Comunicazione del Vero

Ora, noi abbiamo intenzione di comunicare qualcosa di vero. Il che implica anche il farsi comprendere pienamente (o al massimo possibile) o spiegare un ragionamento o simili.

Qui bisogna distinguere due importanti categorie: parlare a un singolo o parlare ad una massa. Il primo è valido ovviamente anche in piccoli gruppi, il secondo è fondamentale per parlare ad un pubblico, qualunque esso sia, incluso ad esempio l’ambito educativo.

Per comunicare qualunque cosa ad una persona, risulta quindi fondamentale, se abbiamo seguito fino al concetto precedente, riuscire non solo ad esprimere sé stessi ma anche a comprendere quale sia il significato delle parole utilizzato dall’altro.
E’ fondamentale. E voglio anche sottolineare una cosa: si potrebbe pensare a questo punto che sia sufficiente comprendere il registro altrui per poter comunicare. Ciò è sbagliato perché facendo tale cosa si viene a perdere il significato originale del comunicare: trasmettere qualcosa che si possiede, nel modo che si ritiene più affine al proprio essere.

Quindi, bisogna capire il dizionario altrui e applicarlo al proprio significato per poter comunicare in modo preciso e completo. In pratica si tratta di trovare tutte le parole possibili che sono sinonime del messaggio che si vuole esprimere e scegliere fra queste quella che maggiormente si sovrappone al proprio significato. O viceversa.
Questo è molto un tecnicismo, alquanto futile, in effetti se non comprendere più o meno (molto meno) il meccanismo che si applica. Essenzialmente si tratta della capacità di ascoltare e comprendere l’interlocutore, entrandone eventualmente in empatia.

L’abilità di parlare ad un pubblico invece è differente. Si tratta di riuscire a comprendere in primo luogo il pubblico. Come dire empatia di massa. Considerare il pubblico ad un primo livello come un ente solo da comprendere e con il quale comunicare.
Il problema che qui insorge è la difficoltà di trovare per ciò che si vuole comunicare una formulazione in lingua del pensiero che sia comune a tutti i presenti. In pratica si ha a che fare con un ente unico che ha un dizionario estremamente ristretto e per certi vocaboli potremmo dire anche assente.

Terzo Concetto: Manipolazione del Vero

Come può interessare il problema di comunicare esattamente un pensiero, abbiamo il pensiero direi opposto: mantenere aderenza al vero (nei limiti espressi nell’introduzione, non dimentichiamolo) ma portare l’interlocutore a pensare ciò che desideriamo.

Questo si ottiene manipolando nel senso opposto a quanto già descritto il dizionario comunicativo. Con una differenza sostanziale, cioè che oltre al dizionario semantico personale proprio e personale altrui, bisogna tenere conto anche quello della società, cioè quello teorico e astratto valido mediamente per tutta una popolazione.

Espresso nuovamente nel tecnicismo prima esposto, si tratta di trasmettere come significato base nei propri termini, il vero, assicurarsi che sia vero anche secondo i termini del dizionario sociale e quindi esprimerlo per l’interlocutore.
Fin qui niente di differente, vero. Il punto sta nello spostare il significato del termine all’interno dei suoi limiti cercando di fare in modo che non esca dai dizionari semantici sociali e del destinatario.

In pratica non bisogna più utilizzare le sfumature di significato altrui per comunicare meglio, ma utilizzandole per portarle ad un limite tale da comunicare ciò che si ha interesse fare, sia il fine di persuasione, di calma o che altro.

Il motivo per cui è fondamentale tenere conto anche del dizionario semantico sociale è che bisogna mantenere un punto di riferimento con un significato assoluto della frase. Cioè un significato che nonostante la manipolazione rimanga comunque valido se si volesse rimanere aderenti ad un significato obbiettivo e neutrale.
Questo è comprensibile se si ritorna con il pensiero alle tre possibili profondità di significato della parola. Se si rammenta la terza possibilità era data dalla semantica personale: chiaramente noi dobbiamo tenere conto di tale considerazione quando si discute, mentre la validità deve rimanere anche come significato neutrale.
E’ fondamentale, altrimenti una possibile contestazione rischia di andare a segno per una mancanza di aderenza con una valutazione obiettiva del concetto.

Dal che quindi si deduce che per manipolare il significato si debba per forza -o quasi- fare uso unicamente delle sfumature personali di significato. O delle parole e concetti capaci di scatenare determinate reazioni.

Voglio qui porre una questione piuttosto importante: perché bisogna manipolare il vero per comunicare qualcosa che ci interessa nel modo in cui ci interessa? Non sarebbe sufficiente una bugia? O una cosiddetta mezza verità?
Dal mio punto di vista no. O meglio: sebbene sia più semplice farlo, è anche situazione nella quale si hanno due problemi. Il primo personale: si ha mentito. Sebbene ci siano persone che lo fanno senza problemi, si può anche capire come sia socialmente inadeguato e personalmente in certi casi problematico. Il secondo deriva da cosa potrebbe derivare se ciò che si è detto di falso viene scoperto.
Mentre, nella manipolazione del vero si evitano queste due cose: si sta sempre dicendo la verità.

Quarto Concetto: Trigger

Applicando quanto esposto (spero in maniera sufficientemente chiara) per qualche tempo, si potrà verificare la presenza di quelli che potremmo chiamare trigger.
Il concetto è mutuato dagli studi psicologici ed il suo significato non differisce molto a livello concettuale di base, anche se l’ambito di applicazione è ovviamente differente e ristretto: il dialogo.

In pratica esistono dei concetti o vocaboli che possono scatenare delle reazioni predefinite. O meglio, delle reazioni a catena che sono stereotipate e quindi facilmente rintracciabili.
Quindi è una cosa alla quale bisogna stare molto attenti: se si vuole comunicare con precisione, bisogna evitare tali triggers, perché bloccherebbero il dialogo in un angolo dal quale bisognerà fare una certa fatica per uscire (talvolta è anche impossibile, bisogna solo dare tempo). Se invece si vuole manipolare il vero, si possono sfruttare per poter usare a proprio fine la catena reazionale stereotipata che si viene a formare.

Facendo una piccola astrazione, potremmo considerare due tipologie di triggers. Quelli basati su concetti e quelli basati su singole parole.

Il primo è più lineare, nel senso che si ancora su concetti chiavi del soggetto e che ha come effetto lo scatenare un discorso piuttosto lungo e anche uno stato mentale che provoca una notevole flessione del discorso, anche come capacità di recepire concetti e di ragionare. Al limite più estremo si ottiene una chiusura mentale totale che impedisce ogni tipo di discussione.

In discorsi di una certa profondità spesso accade di toccare determinati concetti trigger: questo è il motivo del fallimento della maggior parte delle discussioni condotte, anche se ovviamente non ricopre la totalità dei casi.

Il secondo è più fine, in quanto si tratta di specifici singoli vocaboli che provocano una deviazione del pensiero dell’interlocutore. Pongo un esempio estremo per rendere il concetto spero chiaro: se ad una persona venissero accompagnati tutti i dolori e i traumi di una vita con una parola, ad esempio ‘cane’, tale persona ovviamente subirebbe un certo colpo nel caso venisse citata tale parola, anche solo per il sollecitare tutta una serie di memorie e ferite.

I singoli vocaboli sono un poco più difficili da identificare che i concetti, in quanto le flessioni del discorso sono minime e il numero di tali vocaboli è solitamente elevato. Anche qui, si cerca di evitarli nel caso che si voglia comunicare un concetto, mentre si cerca di usarli se utili allo scopo nella manipolazione del vero.

Sia chiaro che tutte queste sono astrazioni che hanno come unico fine lo svolgere il ragionamento evidenziando determinati punti: non sono categorie assolute e non lo saranno mai. Infatti è facilmente comprensibile ad esempio come un vocabolo trigger sia molto affine alla parte della semantica di una parola che abbia riferimento personale e emozionale. Il limite che le distingue in queste astrazioni è lievissimo trattandosi semplicemente di quanto una parola possa deviare il dialogo.

Quinto Concetto: Potenziali Mentali

Asimov mi ha dato lo spunto per realizzare questa formalizzazione di un concetto importante per comprendere le persone e le scelte che uno può fare, anche in rapporto a un dialogo, dato che questo ha sempre un fine. Ne parla infatti spiegandolo più volte tutti quei casi in cui vi sono robot capaci di leggere e modificare il pensiero delle persone, come accade in alcuni libri del suo ciclo della fondazione.

Finita la parentesi letteraria, vediamo di procedere. Il concetto espresso è che all’interno di una persona vi è una serie di potenziali differenti che determinano successivamente le scelte che una persona farà. Ogni potenziale viene spinto dal basso da varie motivazioni emotive, istintuali, razionali di tipologia molto varia. Esiste una soglia, che è quella della coscienza, oltre la quale il pensiero è analizzabile ed esplicabile razionalmente. Il potenziale che determina l’azione della persona risulta essere ovviamente quello che ha più motivazione di ogni altro.

A volte esistono più potenziali forti vicini fra di loro, nel qual caso la scelta diviene spesso puramente razionale, a volte anche a caso. Se quello più forte è unico, la scelta è quasi ovvia. Qui bisogna ricordare che data la varietà di fenomeni e spinte che possono stimolare, è chiaro come questa possa derivare da una sola causa o da una serie di piccole motivazioni, allo stesso modo.

Il dialogo rientra in questa tematica in quanto è una delle cose che porta al muoversi di tali potenziali, spostando l’attenzione, le motivazioni e i sentimenti che li sospingono verso l’alto. Bisogna quindi tenere chiaramente a mente che se vi è un forte potenziale che spinge in un senso, darci contro a priori sebbene si possa essere perfettamente nel giusto porta all’impossibilità di fare un dialogo. Mediando invece inizialmente portando ad abbassare la forza che viene impressa in tale potenziale o alzandone altri, si può riuscire ad affrontare tutte le tematiche senza alcun problema.

L’abilità di chi conduce il dialogo risulta spesso essere questa. Riconoscere nella prima parte del discorso che si sta affrontando quale sia il potenziale dell’altro e da che parte è sbilanciato, se positivamente o negativamente. Quindi agire di conseguenza in rapporto al fine che si vuole perseguire.

Sesto Concetto: Mass-Media, Word Forging

Questo è un caso eclatante di manipolazione. Ma se ne è parlato molto e sotto numerosi aspetti. Ormai la capacità fortissima di influenzare le masse che il media possiede è ovvio e ampiamente conosciuto. La mia breve parentesi vuole soffermarsi sulla capacità che ha il media di forgiare neologismi al puro fine di creare un pensiero omogeneo oppure di modificare una parola per i propri scopi.

La capacità di forgiare parole naturalmente è quella più affascinante, in quanto lo scopo non è nella maggior parte dei casi l’aumentare la potenzialità comunicativa del linguaggio, bensì creare una tipologia di pensiero e ingabbiarla dietro determinate parole, ritornelli o cliché verbali.

Il forgiare una nuova parola è un processo intuitivo e fondamentale per la comunicazione: è l’essenza per come la vedo io dell’evoluzione del linguaggio. Mi è capitato spesso di girare intorno ad un pensiero con alcune perifrasi, poi non sapendo la parola corretta -spesso inesistente- ne invento di nuove senza problemi, spesso con la vita breve ma che nel momento si rivelano azzeccate in un modo o nell’altro.
Poi io traggo un certo piacere da ciò, come un gioco con le parole, mi diverto.

Oppure come dicevo si ha la manipolazione della parola: si prende una parola che solitamente il pubblico non conosce e la si usa in una miriade di sfumature di significato differenti se non addirittura fuori contesto originale. Certe volte si tratta di un risultato simile a qualche anno di utilizzo della parola, altre volte invece è un fenomeno affine al forgiare nuove parole.

Quindi, data la globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni, è dettaglio non trascurabile l’estensione di tali fenomeni di generazione di parole e significati.

Un concetto si ha come affine a questo. Possiamo portare l’estensione su scala ridotta e senza ovviamente il mass media, dato che la scala in questo caso considera piccoli gruppi di persone, mediamente io penso un numero come circa una decina di persone al più.
Quello che si ottiene sono tutte quelle battute, pensieri, frasi e parole che citate in determinati modi o contesti portano a sollevare tutta una serie di memorie comuni che comportano una sorta di conoscenza del gruppo.

Nell’instaurare un dialogo all’interno di un gruppo nel quale vi sia una forte componente di questo tipo bisogna anche riuscire a comprendere e sfruttare a proprio vantaggio tale comunicazione del gruppo. E’ una chiave piuttosto comune e semplice per ottenere un certo tipo di accesso. Allo stesso modo, quando in un gruppo vi entrano estranei, se si desidera l’integrazione o quantomeno il non sentirli esclusi si dovrebbero evitare o spiegare tali codici che esistono.

Settimo Concetto: Metalettura

Nella comunicazione scritta, una chiave che risulta essere enormemente efficace sebbene difficile da acquisire è la metalettura.
Un termine che ho forgiato tempo fa e che risulta essere una delle poche che ho mantenuto nel tempo. Sinceramente spero che non sia già un termine esistente o che abbia altro significato.
Comunque, fino a prova contraria, continuerò ad usare tale termine.

La sua genesi è semplice: metalettura è composto da due parole, che significano assieme “andare oltre la lettura”, cioè il processo di leggere, capire quello che vi è scritto ma cercare anche di indagare chi l’ha scritto, come. Cioè di afferrare la persona dietro ad uno scritto e quindi il significato reale del messaggio.

Questo è per certi versi il processo inverso a quello spiegato prima sulla comunicazione, solamente che invece di essere comunicatori diventiamo ascoltatori. In questa fase ricaviamo informazioni sull’interlocutore in questo modo.

Fare metalettura consente anche di evitare tutti gli artifici dialettici esistenti -inclusi ovviamente quelli sopra esposti- dato che non si sta leggendo solo il testo, ma si comprende o si cerca di comprendere cosa vi è dietro.
Inoltre, è il modo per un testo scritto di ricavare moltissime informazioni utili per il nostro comunicare, dato che è una via più immediata all’altra persona. Ad esempio in questo modo otteniamo più facilmente o rapidamente i trigger. O il registro semantico altrui.

Perché la metalettura ci consente di evitare gli artifici dialettici? Perché si arriva a sapere il motivo per cui una frase è formulata e il perché sian stati usati determinati vocaboli piuttosto che altri, fino a giungere a un notevole livello di sfumature visibili.

Una critica che può essere posta alla metalettura è che in un testo scritto, se informale esistono tutta una serie di canoni che vengono trascurati. Se invece formale, la formalità stessa risulta mascherare la persona. Questo è indubbiamente vero, ma non è un ostacolo normalmente così problematico, nel senso che anche dalla sintassi con cui un testo è costruito possiamo ricavare numerosissime informazioni utili.

Altro problema può insorgere se il nostro interlocutore -sempre scritto, rammentiamo- sta fingendo un determinato comportamento. Ovviamente tutto ciò risulta complicare la questione, ma sinora non ho ancora trovato casi in cui la vera personalità sia riuscita completamente a celarsi dietro tali fattezze.

Il termine metalettura ha il parallelo con quello che si fa -spero normalmente- nel dialogo dal vivo con qualcuno, solamente che è un processo molto più complicato e intuitivo, nel quale bisogna essere più cauti e anche molto più abili.

Spesso, esiste anche un processo a catena, nel quale si parte senza appigli e si utilizza la dialettica per fare rivelare l’interlocutore, per poi fare metalettura sul testo così ottenuto e procedere per gradi fino a ricavare tutte le informazioni che ci sono necessarie, tramite un processo continuo di questo genere.

Ultimo Concetto: Sapere e Fare Proprio

Questa ultima parte si distacca dai discorsi sopra fatti, in quanto dovrebbe essere utile al fine di non travisare i pensieri e i ragionamenti che qui ho sommariamente esposto.

La differenza fra sapere e fare proprio è superficialmente quasi inesistente, mentre i due concetti sono diametralmente opposti, come livello di conoscenza personale.

Il sapere è qualcosa che si legge, si studia e si sa ripetere o riformulare. Ma si mantiene aderenza a ciò che si ha conosciuto. Non vi è nessun tipo di assimilazione: sono concetti puramente astratti memorizzati in qualche modo e riutilizzabili dalla persona. Questo è sempre il primo livello per ogni cosa che si studia a livello canonico. Il sapere distaccato, o se vogliamo estremizzare il semplice trasferire da un libro alla propria mente.

Il fare proprio invece è un processo molto più radicato, che necessita l’intelligenza umana e che implica il trasportare qualcosa che si sa in qualcosa che diviene proprio, a livello assimilabile a quello innato. Non vi è bisogno di pensare per farlo, o di ragionarci sopra: esso è e lo si utilizza come tale.
Sono quelle cose che sono radicate ad un livello tale per cui anche se sconnettessimo il ragionamento logico riusciremmo a replicarle.

Questa per me è la vera conoscenza, non perché l’altra non sia utile, anzi, ma perché questa implica la capacità di rielaborare, ricreare ed evolversi che nell’altro caso non sussiste e non può sussistere.

Perché ho fatto tutto questo ragionamento? Per dire che tutto ciò che ho scritto, lo potete sapere. Ma non vi sarà utile né applicato alla lettera né ragionandoci sopra continuando a studiare e rileggere.
Questo scritto vorrebbe essere una sorta di linea guida, di panoramica su quali possono essere alcuni punti chiave sui quali però bisogna applicare la propria intelligenza per arrivare a scoprire il reale significato delle parole che ho utilizzato.
Sono come tante luci su una rocciata di montagna, non sono il percorso né aiutano a salire. Semplicemente indicano come delle luci quali sono i punti di passaggio per arrivare alla prossima vetta.

Se quel che ho scritto vi è sembrato utile o interessante, quindi, buona scalata. Probabilmente mi troverete fra una fune, una luce e l’altra, mentre cerco il prossimo appiglio per salire ancora.

Prima stesura: 2003 agosto 12
Ultima revisione: 2003 agosto 30

Leave your Comment

required

required, hidden, never shared

Some HTML allowed: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Trackback this post ~ Subscribe to the comments via RSS Feed