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Filosofia del Linguaggio. Bozza di ragionamento.

22:28 Thoughts

Questa settimana ho concluso le lezioni di Filosofia del Linguaggio, che ho trovato molto interessante come background per alcuni miei pensieri (alcuni dei quali esposti nel mio vecchio scritto Sofismo del Vero). Tanto interessante che in seguito alle continue domande e ipotesi che formulavo durante le lezioni (e non) la prof mi ha proposto di presentarle una ricerca invece di sostenere il compito parziale di lunedì.

Il corso, dopo una prima parte di logica – per me piuttosto noiosa perché ormai vista in tutte le salse (se (p => q) & p => q) – è passato ad una più interessante panoramica evolutiva delle due principali correnti di pensiero (teorie descrittive e teorie del riferimento) con l’evoluzione storica: Frege, Russel, Wittgenstein, Searle, Kripke, Putnam, Quine.

Le due teorie sono citate come contrapposte, ma secondo la mia attuale visione del mondo (e della materia) non riesco a concepirle del tutto contrastanti. Vanno ‘solo’ specificate.

L’attuale visione teorica è la seguente (perdonate errori ed imprecisioni, ma correggetemi). Vi rimando alle teorie degli autori per una spiegazione più esauriente di quel che cito:

  1. Vi è una confusione sostanziale fra essenza e descrizione della stessa, almeno nel panorama teorico che ho avuto durante il corso. Senza definire che cosa descriva l’essenza di un oggetto (i.e. qual è l’essenza di una tazza? cosa definisce la sua ‘tazzitudine’?) è impossibile proseguire se non su un piano linguistico. Per questo motivo la teoria descrittiva non può che essere ad un piano linguistico e al più possiamo avere una teoria del riferimento che può sussistere su entrambi i livelli (linguistico e metafisico). Questo perché definendo il riferimento come ‘la connessione di un simbolo linguistico all’essenza di un oggetto’ evitiamo di dover definire cosa sia l’essenza, seppure rimanga un problema non da poco.
  2. Quine afferma l’indeterminazione del riferimento in base ad un ragionamento per cui è impossibile determinare un manuale univoco di traduzione per una lingua. Io credo che la sua teoria sia corretta, ma si debba applicare con alcune inquadrature di contesto:
    1. Il manuale di traduzione è soggettivo.
    2. La biologia comune a tutti gli umani definisce a priori un modello di acquisizione del linguaggio e quindi di ipotesi su di esso.
    3. La teoria di Chomsky attualmente riconosciuta come valida definisce l’esistenza di una grammatica universale umana a priori.
    4. Da questo si determina come esista un manuale soggettivo ma che sia utile alla comunicazione in quanto esistono i punti (2) e (3). Il restante margine di incertezza è quello che esperiamo tutti i giorni.
  3. I riferimenti (Kripke, Putnam) sono quindi determinati ma unicamente nella soggettività dell’individuo. Quando io creo un riferimento tra una parola (i.e. tazza) e l’idea di tazza (i.e. ‘tazzitudine’) questo riferimento è chiaro in me, seppure possa subire modificazioni nel tempo. La sovrapposizione di significato fra la mia parola ‘tazza’ e la parola ‘tazza’ di un’altro individuo è ciò che garantisce la comunicazione.
  4. Seppure le descrizioni non siano in grado di definire in assoluto un oggetto (ovvero, le descrizioni alla Wittgenstein non sono in grado di riferirsi all’essenza di un oggetto) questo però non è più vero a livello linguistico e comunicativo. Mentre io ho un chiaro e istintivo riferimento fra ‘tazza’ e l’oggetto tazza (e lo stesso vale per i miei interlocutori) per poterlo comunicare ho necessità di un sufficiente numero di descrizioni (Searle) atte a distinguere l’oggetto dagli altri all’interno del contesto di riferimento.
    1. Questo avviene in un modo ben preciso: il contesto è definito a priori in qualunque dialogo e nella testa di ciascuno vi è un manuale con un riferimento diretto agli oggetti di cui si sta parlando.
    2. Nel momento in cui linguisticamente si parla all’interno di un contesto, è sufficiente fare riferimento alle proprietà comuni (linguistiche) per poter veicolare l’informazione.
    3. Le ambiguità nascono per la discrepanza fra i riferimenti soggettivi dipendenti dal contesto a priori e la comunicazione fra i vari interlocutori, oltre che fra possibili differenze di descrizione esistenti fra i parlandi.

Questa bozza ho voluto formalizzarla un po’ meglio qui per avere un riferimento fresco e concreto di quanto ho abbozzato in due righe a fondo di una pagina dei miei appunti. Riferimento utile sia a me per avere qualcosa da cui partire anche fra un po’ di tempo, sia per chiunque voglia consigliarmi o criticare il modello qui esposto.

Credo sia piuttosto probabile che molti non capiscano un’acca di quel che ho scritto. ;)

4 comments

1

Sumiko 2006 11 19 at 05:14

Ovviamente non parli di me, io ho capito tutto. :codadipaglia:

Scherzi a parte la "tazza" e la "tazzitudine" non mi sono nuove, ma non riesco a ricordare se è una reminiscenza liceale oppure universitaria.

P.s. La tag "verità" ha un non so che di...mmm...grosso :D
2

Mario 2006 11 20 at 16:25

Mah...il tuo ragionamento mi sembra leggerino...
3

Folletto Malefico 2006 11 20 at 17:28

...mai quanto questo commento, non trovi? :)

Non metto in dubbio che sia 'leggerino', di fatto: (1) è esplicitamente una bozza (2) l'ho scritto proprio perché, nel caso, qualcuno commentasse.

Chiunque voglia commentare/integrare/criticare è il benvenuto. :)
4

Marcello 2006 11 21 at 11:10

...Io credo che Quine, volendo creare una teoria semantica il più possibile simile ha una teoria scientifica, abbia commesso degli errori tipici della scienza!A proiori decide ciò che è bene e ciò che è giusto affinchè la sua teoria abbia successo.
Quando ci dice che un coniglio ,una porzione di coniglio, uno stadio temporale di coniglio non hanno lo stesso riferimento , sbaglia.
Innanzi tutto perchè secondo me vedendo un coniglio dietro una siepe(porzione di c)vedendo un conigio correre(stadio temporale di c)e un coniglio con un bel piatto di polenta, dico comunque "Gavagai" (anche se non si sa cio che penso) e secondo , visto che si tratta di una teoria scentifica,cio che dice non si puo ne verificare ne falsificare....non si hanno gli strumenti adatti, non si puo verificare un pensiero..... il linguaggio è sempre una mediazione(o manipolazione)! La vera conoscenza nessuno puo trasmetterla, è in noi e non si puo comunicare.
Ha ragione Wittgenstein: su ciò ,di cui non si puo parlare, si deve tacere......