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Perché la lotta al copyright rende ricchi i grandi business

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Mi è capitato di leggere su The Register questo interessante articolo di un fotografo (photo journalist), Sion Touhig. Parla del copyright e di alcuni aspetti interessanti della lotta al copyright. A mio avviso è evidenza solo di quanto stia vacillando il sistema. Mi soffermo su alcuni punti trattati:

  1. Le “grandi società” (ricordo che chi scrive è un fotografo) utilizzano il materiale prelevato dalla rete perchè ‘gratuito’, senza citare neppure la fonte. Arricchendosi quindi a costo zero.
  2. Il vero “citizen journalism” si ha quando ci sono persone sul posto, competenti, dove nessun altro ha osato addentrarsi. Persone che rischiano la loro vita e quella delle loro famiglie, producendo materiale che finisce sulle prime pagine di tutti i giornali e che devono combattere anche per la miseria che viene pagata loro per questo.
  3. Il copyright è già morto, titola un paragrafo.
  4. Riflessione mia: con la globalizzazione ci sarà sempre qualcuno disponibile a offrire il proprio lavoro gratis. Riflessione mia perché di fatto io ho lavorato parecchio “gratis” in cambio di esperienza, competenze e conoscenze. Io avevo scelta, ma più spesso è sfruttamento senza neppure questo in cambio.
  5. Il copyright se lo possono permettere solo le coloro che possono pagare gli avvocati. Si, niente di nuovo sotto il sole. Ma a mio avviso più che combattere il copyright di per sé (che comunque è un abuso che va limitato) è questo che andrebbe analizzato e, possibilmente, risolto. Se a un fotografo 10 agenzie rubano foto perché “su internet” (nonostante il copyright), il fotografo può permettersi 10 cause?
  6. Aggiungo una cosa, perché mi rendo conto che a volte è sottovalutata: il copyright non è sbagliato, ma deve essere dimensionato correttamente. Il fatto che le licenze Creative Commons determinino varie sfumature, sottolinea proprio questo.
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