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E me ne accorgo dopo uno, due, tre paragrafi.

02:41 Storming

Adolescenza, la chiamano. Quel processo di contraddizione interiore ed esteriore per portare alla formazione di un nuovo io, perfettamente distaccato dal resto del parentame. Dal resto dei vecchi.

O forse, l’illusione di questo.

Io ho preso, incanalato, strozzato e portato in fin di vita il mio personale libro nero per poterlo trasformare in qualcosa di migliore. Attraverso gli errori si impara. Nel mio bagaglio pieno di difetti mi trovo a esserne beffato oggi da uno, domani da un’altro. E ogni volta che divengono più furbi, io devo esserlo un po’ di più. Perché solo così posso assaporare il sangue ed il sale ed essere ancora in grado di sorridere.

Perché è la perdita del contraddittorio che porta alla senescenza.

Il dubbio è sempre quel che ci motiva, sprona.

La vita è quella che ci pone davanti una serie infinita di dubbi, uno dietro l’altro, come tasselli di un domino da fare cadere uno ad uno.

Raggiungi una certezza, avrai una pace.
Mettila in dubbio, il terreno vacilla. Il passo incespica.

Ed allora certezza, poi dubbio, poi certezza, poi
nuovamente
dubbio.

Fare serve soltanto a porsi dubbi sempre più elevati, a non crogiolarsi nei propri cuscini porporati ed allori.

Ed è ad ogni contraddizione che si manifesta, che io sorrido.
A volte rido.
Sguaiatamente.

Perché magari un’altra ombra si è svelata. Un’altra ombra ho scorso.

Ma dannazione, non v’è modo che io riesca a riordinare questi pensieri. V’è solamente caos, che spero sia il preludio ad una stella che danza.

E’ buffo come tutto questo accada. Perché sulle note conclusive del violino d’un film che finisce, mentre leggo Benni con tutte le sue Oo, non sto leggendo Benni. E me ne accorgo dopo uno, due, tre paragrafi. Aspetto. Riprendo. Ma niente, non sto leggendo Benni.

Ed allora m’abbandono alla musica, ai pensieri. Cerco di scrivere quello che vedo dentro di me senza riuscire a tenere in mano un filo per più d’un istante. Sfugge, ne leggo un pezzo e già è scorso via, turbinando in un buio pieno di luce.

Nuovamente, mi trovo a ridere dell’ironia pulp di tutto questo, di quanto i contrari si guardino in faccia e che, stronzi, non sono neppure contrari. Son la stessa cosa.

E tocca a loro ridere.
Di me.
Con me.

Che forse è la stessa cosa.

Il vetro diviene poi pian piano translucente, sfocato, opaco, nero.
Rimangon le note.

Rimetto Eden Roc e torno a Benni.

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