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Community: c’avete anche un po’ rotto

02:02 Technocracy

E’ un periodo in cui continuo a sentire da svariate fonti la frase “facciamo una community!”, detto con una nonchalance incredibile.
Oggi i social network sembrano essere la moda del momento, un po’ come qualche tempo fa non avevi un sito serio senza un forum.
Ai tempi non faceva tanto pensare: in fondo lo dicevano ragazzi che intendevano aprire un forum tematico del loro gruppetto – retrospettivamente, mi fa solo sorridere.

Ora però lo sento ripetere, ma nessuno di questi – pur professionisti nel loro settore – ha la minima idea di cosa significhi socialmente fare una community.

Quando inizi ad approfondire, nel (mio) 75% dei casi esce fuori Wikipedia: “Sai, come Wikipedia”. E pensano di aver detto tutto, di avermi risposto.

Quando inizi a fargli notare che Wikipedia non ‘è’ una community, ma è un sito con uno scopo che ha attorno una community, si vede il bagliore del dubbio balenare da una pupilla all’altra. Spesso però ci si ferma qui.

Spesso ascolti il loro progetto e recitano come una formula magica: “attivo il sito, attivo le funzionalità A, B, C, la community poi pian piano aggiunge i contenuti e il gioco è fatto”. Fino ad arrivare ad eccessi sublimi quali: “apro un wiki e gli utenti genereranno i contenuti”.

Un anno fa avevo suggerito ad un progetto di una certa portata già avviato che gli mancava completamente il tassello centrale: come intendevano fare community. Oggi a distanza di un anno senza alcun cambiamento, ho riletto in un post di autocritica le stesse domande a cui avevo risposto un annetto fa. Gli ho risposto nuovamente. Sono già finito ignorato alla terza risposta. La differenza è che ora si possono ‘difendere’ perché si è formata una piccola community in uno dei forum, mentre altrove regna quasi il deserto.

Ovvero, è successo quello che era lecito aspettarsi nelle leggi del caso: senza alcun tentativo in nessuna direzione sociale, è stata l’iniziativa di un gruppo di persone a creare una community, né più né meno di una tribù nomade che ha trovato uno spazio dove insediarsi.

Uomo 1, Tecnologia 0.

10 comments Add yours below

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Gian 2007 04 26 at 09:16

Grande il nostro "Malefico" :D
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Khorne 2007 04 27 at 12:39

Purtroppo non si può obbligare la gente a "formare una community"... pensando a esempi a me noti nel mio piccolo mondo conosciuto, su m.it si creò una community impressionante (non so se ce ne fossero altre simili a livello italiano, e ne dubito sinceramente), mentre non capitò per wow... ogni tanto va, ogni tanto no.

Quello che è certo è che non si può contare su una community "che si creerà" per un sito, che rischia (soprattutto all'inizio) di rimanere vuoto e spoglio.
In fin dei conti, chi vuol fare parte di una "community" deserta e in cui si deve solo contribuire a un sito che manco è il proprio?
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Folletto Malefico 2007 04 27 at 19:53

Se ci pensi è quasi paradossale che tu capisca questo problema e queste dinamiche, quando persone che dovrebbero saperlo - lavorandoci a stretto contatto - non riescono a coglierne la differenza.

Un fattore potrebbe essere una sorta di deformazione professionale: lavorando sulla tecnica, si suppone che basti quella perché tutto funzioni. Senza riuscire a inserire fattori quali usabilità, motivazione, relazioni interpersonali, interesse, facilità, inserimento nel proprio 'flusso' della giornata, etc...
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mafe 2007 04 29 at 22:14

E' (ancora) tutta colpa di un libro del 1998, si chiama "Net Gain", vattelo a recuperare per farti quattro risate (amare).
Però c'è un'evoluzione: almeno adesso chi vuole "una community" fa riferimento a esperienze di community concrete, nel 2000/2001 l'idea era community=newsletter/fidelity card e simili. Cioè community senza persone, o meglio, senza che le persone potessero scrivere/interagire.
Continuano ancora: fatti questa meravigliosa "community via sms":

http://thunity.thun.it/entrypage.php
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leeander 2007 04 30 at 10:34

Raga... secondo me c'entra un poco anche l'essere italiani... vi faccio due proposte:
1) andiamo tutti nello stesso bar che ci si diverte
2) andiamo tutti a dare una mano a GIUSEPPE che sta traslocando

Questa è la differenza tra fare una community attorno a niente e contribuire a costruire valore attorno ad un'idea. In pochi (beh, quasi nessuno) sceglie la strada (2) perché è LAVORO, FATICA, SUDORE.

Ora vi chiederete perché ho evidenziato il fattore italianità... beh è ovvio: noi non abbiamo una adeguata concezione di "bene comune". Applichiamo questa visione distorta delle cose agli spazi pubblici, ai demani, alle periferie dormitorio, etc etc.

Pigrizia, furbizia e individualismo.
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Folletto Malefico 2007 04 30 at 13:14

Grazie Mafe per la segnalazione. Peraltro, il commento mi ha fatto venire in mente che in effetti nel mio piccolo il caso che citavo non era un caso di business: di forum si parlava soprattutto fra utenti, ovvero dal basso. Mentre di newsletter, dall'alto.

In effetti c'è stata una evoluzione, sarò pessimista ma si tratta di una considerazione forzata: se ne parla talmente tanto che prima o poi il treno doveva passare.

Argh Leeander, se tiriamo fuori il fattore italianità mi viene quasi a noia. In effetti c'è il caso (1), spesso, anche se personalmente non sono in grado di fare confronti fra nazionalità (mentali) differenti.
Peraltro, io sono fermo su un altro 'problema' italiano: la separazione e l'isolazionismo competitivo interno. Se qualcuno fa qualcosa, diventa il 'suo' prodotto, lo isola e non accetta modifiche, cambiamenti, suggerimenti, etc.

Peraltro, è buffo perché da un altro punto di vista, ho l'impressione che la mentalità italiana sia più propensa a 'cogliere' le sfumature necessarie a fare funzionare bene una community. Mah! :)
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Gian 2007 04 30 at 15:18

Certe virtù e talenti devono essere protetti e coltivati altrimenti si trasformano in talentuosa furbizia e nichilismo. Credo che, per i più, certi valori e comportamenti siano il punto di arrivo di un percorso e non un punto di partenza. In altre parole, permettersi una costruttiva cultura di gruppo, in certi contesti, è un lusso!
Quindi, certo, constatiamo pure per l'ennesima volta cosa ci manca in italia, ma ormai non ci crede più nessuno.

Forse un certo uso della rete può essere uno strumento per innescare processi dal basso costruttivi, io nel mio piccolo lo spero e ci provo con certi progetti sui network, ma come scrisse a conclusione di un suo post Leandro: "Date speranza a giovani, imprese, imprenditori, finanziatori, etc etc. Perché non si può sempre avere la forza di partire pur sapendo che si dovrà lottare contro tutti!"
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mafe 2007 05 02 at 15:12

Diciamo che nei paesi anglosassoni il concetto di "comunità" è molto forte e radicato: per farti un esempio concreto, settimana scorsa ero a Chicago e ho visitato lo Unit Temple di Oak Park, una chiesa credo presbiteriana. All'ingresso c'era uno schedario con dei cartoncini con nomi e cognomi di tutti gli "iscritti", una specie di social network cartaceo. In Italia potrebbe esistere qualcosa del genere? Non credo proprio.
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Nero per caso » Basta community 2007 05 04 at 03:03

[...] Per la serie “pillole di saggezza” Davide ha avuto il coraggio di scrivere una cosa che io vado cianciando da mesi con la mia combriccola di amici sul nostro canale IRC privato: basta con sta pletora di community nate dal nulla cosmico. [...]
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Ivy 2007 05 07 at 14:42

Sto sentendo proprio in questi giorni le stesse frasi da persone per le quali lavoro e che vogliono mettere su questa benedetta community, con un progetto, attualmente folle...
Concordo pienamente su tutta la linea...

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