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Teoria delle Rappresentazioni Sociali: Oggettivazione

02:49 Technocracy

C’è un interessante concetto all’interno della psicologia sociale che mi trovo spesso a citare, la teoria delle rappresentazioni sociali, concetto che nasce da un lavoro di Serge Moscovici (partendo dalla rappresentazione collettiva di Durkheim).

“Diversità Culturali” di Xenia ChryssochoouPer praticità e precisione, cito direttamente l’Approfondimento 1 del libro “Diversità Culturali” di Xenia Chryssochoou:

Secondo Moscovici, quando le persone si devono confrontare con strutture teoriche complesse o con novità, tentano di dare loro un senso trasformando idee astratte in immagini concrete e tentando di incorporare la nuova conoscenza in strutture già familiari. Le rappresentazioni sociali sono il risultato di due processi.

  1. Attraverso il processo di oggettivazione: concetti astratti vengono trasformati in immagini concrete.
  2. Attraverso il processo di ancoraggio: la nuova conoscenza riceve un nome e viene classificata all’interno di strutture familiari.

E’ bene notare che questo è uno dei passaggi della teoria delle rappresentazioni sociali, che è più ampia e include la trasformazione di questa forma di conoscenza in una forma diffusa e quindi sociale.

In questo momento mi interessa soffermarmi però sulla parte che ho riportato. Viene evidenziato un passaggio molto importante, ovvero la fase in cui qualunque concetto viene ridotto e sintetizzato. Questo è un processo che tutti facciamo naturalmente nel momento in cui si innesca la prima fase dell’apprendimento.

Di fronte a qualcosa di nuovo infatti può esserci un rifiuto, oppure una prima comprensione. Questa prima forma di conoscenza è fondamentale, perché fornisce l’appiglio primario alla complessità dell’argomento al quale è collegato.

Possiamo prendere il termine “web2.0″ come esempio vicino di concetto oggettivato: il termine di per sé significa poco, ma è un eccezionale punto d’appiglio per la profondità tecnica, sociale e culturale ad esso sottesa. Questa ampiezza è difficile da fare comprendere ad un primo approccio all’argomento, soprattutto se si vanno a vedere i continui dibattiti esistenti fra gli esperti su quale sia il reale significato di tale termine.

I processi comunicativi in generale e quelli educativi in particolare possono trarre notevole beneficio da questa teoria: avendo coscienza che questo è un processo che si innesca naturalmente si può fare in modo di realizzare già una forma semplificata in prima istanza, in modo da evitare problemi di errata comprensione.
Se si lascia infatti l’elaborazione di un concetto libera, è possibile che si generi una oggettivazione imperfetta, che enfatizza certi punti e ne dimentica altri. Se invece si procede a priori a fornire una forma semplificata, si fa in modo di creare già una guida entro cui è più difficile che vi siano deviazioni rispetto al concetto iniziale.

Un ambito in cui questo diventa particolarmente rilevante è la divulgazione scientifica. Se non ricordo male (correggetemi nel caso), Moscovici stesso aveva condotto le sue analisi nell’ambito delle teorie psicanalitiche e su come queste erano state percepite dal pubblico, in relazione ai gruppi sociali di appartenenza. Il problema iniziale era proprio che la psicanalisi era stata banalizzata in un concetto semplice e quindi compresa in un certo modo dal grande pubblico: è un po’ come dire che “per Freud si riduce tutto ad un problema di natura sessuale vissuto nell’infanzia”.
Certo, anche se Freud avesse prestato attenzione al problema forse si sarebbe comunque arrivati a quella forma di percezione sociale (la sessualità è un forte traino).

C’è anche da notare un problema legato al divulgatore stesso. Infatti la richiesta di “fornire una forma semplice della sua teoria, per facilitarne la comprensione” è facile che riceva come risposta: “la mia teoria non può essere semplificata”.
Questo è assolutamente vero, ma è anche vero che una forma semplificata verrà comunque elaborata dalle persone, sempre che riescano a comprendere in qualche misura l’argomento senza un aiuto. Fornire una versione semplificata - estremamente semplificata, si veda Freud sopra - non significa sminuire il lavoro, ma evitare che venga frainteso. L’ideale infatti è trovare una forma banale, ma che possa però facilmente venire “estesa” con l’aumentare della comprensione dell’argomento. In questo modo anche chi non abbia voglia di addentrarsi nella questione non avrà una visione errata, ma al più imperfetta.

19 comments Add yours below

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Gian 2008 03 25 at 09:35

Oppure diciamo che in una fase iniziale il fraintendimento è inevitabile se il modello proposto è nuovo e complesso. Quindi, tollerare una iniziale approssimazione ed errore deve avvenire da entrambe le parti. Naturalmente bisogna il più possibile rendere comprensibili e assimilabili i concetti da un lato, dall'altro avere la costanza e volontà di tornarci su come un progressivo avvicinarsi al centro attraverso un movimento a spirale che ripercorre la totalità sempre più velocemente.

Poi c'è tutto un altro versante di problematiche che sono legate all'uso che si fa della conoscenza e come spesso ad essa non venga dato il necessario tempo necessario per afferrare nuovi e complessi modelli. In questo caso anche una comunicazione ben sviluppata può poco e oggi sempre più spesso si può notare che molte persone "vogliono" una conoscenza in pillole, che può andare anche bene se sono poi lo stimolo per approfondire.
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feba 2008 03 25 at 13:46

ho letto il post molto volentieri, interessante il tentativo di applicare in questo ambito le rappresentazioni sociali. Grazie per avermi ricordato un autore che non ho approfondito come meritava :)
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Folletto Malefico 2008 03 25 at 15:28

Come avrai notato peraltro non è esattamente calzante, perché si tratta solamente di un pezzo, importante ma parziale, della sua più ampia teoria in merito.
Lo trovo però un interessante approccio alla questione, che considera sia dinamiche personali (apprendimento) che sociali. Ed è una semplificazione interessante (un po' ricorsivo, come discorso, lo ammetto). :)

La cosa interessante poi è quella che fa notare Gian, anche se non era il mio interesse in questo post specifico, ovvero la problematica duale dell'apprendimento da entrambi i lati. :)
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Feba 2008 03 26 at 10:58

Beh, la semplificazione fa parte del gioco, visto che in realtà le rappresentazioni servono a sintetizzare e rendere intelleggibile il mondo ;)

Sulla questione della "conoscenza in pillole": è inevitabile che sia così, siamo bombardati ogni giorno da migliaia di informazioni "tecniche" o comunque specifiche, è indispensabile avere perlomeno una vaga idea di dove poter collocare un discorso, soprattutto in un ambito in cui potenzialmente tutte le informazioni sono disponibili. Può anche non esserci la volontà di approfondire in certi casi, in modo da avere più risorse disponibili da concentrare sui campi che ci coinvolgono o riguardano maggiormente. Certe volte vorrei essere ai tempi di Dante, quando in pochi anni di studio si poteva imparare tutto lo scibile (perchè era veramente poco) :P Ma c'è anche un lato negativo in tutto questo, che è la dispersione di risorse, tanto indispensabile quanto limitante. Limitante perchè (fortunatamente!) abbiamo risorse limitate, indispensabile perchè ci permette di costruire la socialità...

Mi sa che sono andata un po' off topic, scusate, avrò modo di farmi perdonare in altre discussioni :)
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Folletto Malefico 2008 03 26 at 11:38

Hai fatto una deviazione interessante: i commenti esistono anche per questo. Non importa stare strettamente on-topic, importa contribuire. ;)

In realtà ai tempi di Dante era poco lo scibile "considerato tale". Credo che andando a vedere già solo tutte le professioni, vi era una enorme mole di conoscenza nascosta, mai codificata in un testo.
Oggi è quasi il contrario: c'è moltiplicazione della stessa conoscenza (i.e. penso agli n-mila libri su "Come usare i CSS"). :P

Però si, quello che fai notare è interessante: cooperare diventa critico e come cooperare e comunicare è una conoscenza a sua volta. :)
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Gian 2008 03 27 at 13:19

Feba quello che dici è giusto e condivisibile ma è il punto di vista "idraulico" :) della gestione della conoscenza, cioè un discorso di massimizzazione di flussi, ecc..
L'informazione è veramente troppa e ben vengano progettazioni dell'informazione e comunicazione che facilitino la visione globale, la sintesi e poi ciascuno è libero, secondo necessità, interesse e attitudine di approfondire.

Però io accennavo anche ad altri fattori in gioco nel processo di conoscenza che, permettetemi una deviazione, bisognerebbe inserire sempre più nella progettazione e analisi dell'interaction design e della user experience (non riducendoci alla solita fisiologia delle emozioni e all'ergonomia cognitiva).

Mi riferisco ai fattori psicodinamici, ai fattori emotivi e motivazionali sottostanti che a parità di compito e di processo cognitivo possono ribaltare completamente le cose, ampliando di non poco le cose. Ovviamente tutto si amplifica in modo esponenziale in quanto, a questo punto, il processo di modellizzazione tanto agognato diventa solo una parte di un più ampio e complesso scenario di processi e dinamiche in gioco.

Quindi, in una visione più ampia non sarebbe male anche cosiderare scenari motivazionali principali e tipologie di utenti più articolate. Per esempio, se le informazioni in pillole hanno una loro logica e necessità indiscutibile come possono però diventare "ancoraggio" per un uso inadeguato della conoscenza? Come provare ad intercettare questi comportamenti e ridurli?

Anch'io mi sono fatto prendere la mano sorry :P
Sarà che volevo parlare di questi temi al barcamp di Sabato da Luca ma probabilmente non faccio in tempo, "ho troppe informazioni da gestire" :)
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Riccardo 2008 03 28 at 02:26

bzzzzzz... ok, due cose:
0. disclaimer: sono un mcluhaniano in fase terminale.
1. ai tempi di dante la cultura era in una fase differente, non comparabile con quella attuale. Non è che ci fosse uno scibile minore o meno libri sul CSS... non c'era proprio la stampa, ergo la società/cultura stava attraversando una fase verbale/auditiva, opposta al bias "visivo" del mondo post Gutenberg.
In ultima analisi, l'ignoranza dei tempi di Dante è figlia dei manuali sul CSS :)
2. nei punti 0 e 1 ho tirato fuori mcLuhan perché la conversazione, specie la parte sulla divulgazione scientifica, mi ricorda i fraintendimenti, l'hype ed i cliché evolutisi intorno alle teorie del massmediologo canadese.
Lo stronzetto poi non faceva che alimentare la situazione, avendo scelto come modus operandi l'utilizzo pesante di metafore, slogan, e "ribaltamenti" paradossali per divulgare il proprio pensiero.
Così facendo, secondo me "inganna" oggettivizzazione e ancoraggio in un sol colpo, fornendo facili "immagini" associative (media is the message, welcome to the global village) che funzionano perfettamente nel contesto e date le premesse delle teorie mc luhaniane, mentre al di fuori di esso diventano colorite sciarade che fungono da eccellente messaggio "virale" (seppur non si dischiudono agli occhi del lettore superficiale, ed in questo falliscono come strumenti di divulgazione al grande pubblico, ammesso che questo fosse l'intento dell'autore).

Su un'altra frequenza, farei anche quest'altra considerazione:
mi pare chiaro che i concetti di ancoraggio e oggettivizzazione fossero conosciuti ed utilizzati pesantemente da ben prima di Moscovici.
Vengono chiaramente utilizzati, ad esempio, della tragedia greca (~ V sec a.C.) dove le maschere, indossate dagli attori durante le rappresentazioni, simboleggiavano il carattere rappresentato, telefonando quindi l'ancoraggio alla platea.
Altri esempi più sottili si possono trovare nella struttura linguistica, dove ad esempio la rima assume la funzione di rudimentale CRC per il messaggio.
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Folletto Malefico 2008 03 28 at 11:54

1. vero, ma il punto è prospetticamente quello della persona, non della conoscenza in sé: soggettivamente, la quantità di informazioni necessarie per un determinato argomento erano molto meno. :)
Chi è figlia di chi? :D

2. McLuhan usava in modo furbo il principio sopra esposto. Attento però che "falliscono come strumenti di divulgazione" è un attimo da inquadrare. Perché fra "non capisco" e "imparo lo slogan" si ottiene comunque una forma di divulgazione, che è sicuramente differente da altre forme di apprendimento, ma è comunque una forma di divulgazione... e personalmente ritengo che in una certa misura sia quello che la maggior parte delle persone vuole. In un ambito che non mi interessa, riuscirei a memorizzare un messaggio ben oggettivato, che mi darebbe un approccio migliore di un messaggio non compreso.

Moscovici comunque ha formalizzato una teoria sociale, è ovvio che sia precedente a lui. Nessuno inventa niente ex-novo... a maggior ragione per scienze come quella sociale che sono semplici prospettive teoriche su uno strato già esistente. Quella di Moscovici però rimane una bella formalizzazione del concetto. :)
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Riccardo 2008 03 28 at 13:12

Per quanto mi ricordo però le rappresentazioni sociali sono contrapposte alla conoscenza scientifica del mondo, con la stessa contrapposizione che ha il sapere empirico e quello formato dallo psicologo ingenuo alla Heider. Nel momento in cui una conoscenza esce dagli schemi della rappresentazione sociale non è più rappresentazione sociale ma sapere, e quindi nella divulgazione scientifica la rappresentazione sociale non esiste, formandosi questa come dice moscovici stesso nei pub, alla fermata del treno o in palestra dall'interazione fra persone che di questa cosa ne sanno poco e quindi per discuterne ripuliscono l'argomento dalle parti più complesse o inaccettabili, o lo ancorano a un argomento già esistente. Per ultimo cercare di guidare l'apprendimento è abbastanza difficile perchè comunque la rappresentazione sociale pur derivando dalla medesima fonte scritta cambiano in favore del "gruppo" di persone che l'apprende. E' sempre la RS di qualcuno su qualcosa, e quindi se un gruppo di casalinghe oggettiverà in qualche modo il nostro documento semplificato sull'aborto, un gruppo di femministe l'oggettiverà in modo totalmente differente.
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Folletto Malefico 2008 03 28 at 15:23

Si, ma infatti uno dei problemi della "divulgazione scientifica" è proprio quello di riuscire a comunicare. Sono pochi e rari i bravi divulgatori.

Tieni però conto che qui non sto parlando dell'intera Teoria delle Rappresentazioni Sociali, che ha uno scopo differente, ma solamente dello step di oggettivazione (ed eventualmente ancoraggio).

Questo perché mi fermo (almeno in questo post) prima della declinazione nelle dinamiche sociali - comunque molto interessanti - ove siamo ancora interni alla singola persona: oggettivazione e ancoraggio, appunto. :)
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Gian 2008 03 28 at 20:09

1. Bru: "... Nel momento in cui una conoscenza esce dagli schemi della rappresentazione sociale non è più rappresentazione sociale ma sapere, e quindi nella divulgazione scientifica la rappresentazione sociale non esiste ..."

O_o

Forse non ho capito quello che volevi dire ma mi sembra una frase settecentesca. :)

Anche la scienza è il prodotto di dinamiche tutt'altro che razionali e condizionate da pressioni e fattori di natura sociale, culturale, ecc.. Ma ripeto forse non ho capito bene quello che intendevi.

Per capirci, conosci Kuhn? http://it.wikipedia.org/wiki/Thomas_Kuhn

2. La conoscenza come "quantità" è aumentata per un semplice processo di accumulo: quello che c'era prima permane + quello che si stratifica di nuovo sopra. Come si può negare? Ma non so sino a che punto, per il "singolo" intento nel processo di conoscenza, possa essere ridotto tutto alla quantità.
C'è tutto un discorso non tanto "orizzontale" di scoperta conoscitiva ma anche uno "verticale" di approfondimento che ci fa passare dal "capire" al "comprendere" e in questo senso non possiamo dire che sia più facile o più difficile per Dante. E' proprio un altro piano, ma bisogna tenerne conto.

3. il DIA-logo è un gioco a due. Presuppone due soggetti che partecipano attivamente, che co-partecipano, che costruiscono insieme, che si coordinano, che co-evolvono. Con tutti i loro livelli: individuale e collettivo, razionale e irrazionale, conscio e inconscio, ecc..
Spesso, l'analisi e la progettazione della comunicazione in rete è ridotta ad una matematica idraulica di flussi. Per carità necessario, anzi necessarissimo ma spesso non sufficiente.
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Folletto Malefico 2008 03 28 at 20:14

Gian, non è Bru, è un altro Riccardo. Guarda il link e l'avatar. :D
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Riccardo2 2008 03 28 at 20:26

Mi sembra però pericoloso esportare il concetto di Oggettivazione oltre le rappresentazioni sociali, in quanto l'oggettivazione è un fenomeno che si presenta nella rappresentazione sociale che, abbiamo visto, si sviluppa nella discussione fra individui. Per quanto ho studiato non dovrebbe svilupparsi nella interazione fra divulgatore e persona, essendo questo un fenomeno completamente differente... Almeno a parer mio ;)
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Gian 2008 03 28 at 21:13

Ma porc! Sorry Bru, sorry Riccardo 2 :P
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Riccardo2 2008 03 28 at 22:45

gian non sei il primo a criticare la chiarezza di ciò che scrivo :D, comunque eri riuscito a comprendere benissimo. Non conoscevo l'autore che mi hai citato gli darò sicuramente una lettura. Ma ad esempio considerare la conoscenza come accumulo è pericoloso, in quanto l'aumento del sapere deriva più da mutazioni di paradigma che da un semplice accostare una conoscenza ad un altra. Ma la differenza fra sapere scientifico, e sapere sociale è proprio nella sua formazione, pur essendo influenzabile dalla cultura dominante il sapere scientifico si forma a partire dal metodo sperimentale, mentre il sapere collettivo, quello che si forma grazie all'interazione fra individui, si forma proprio da quei processi di oggettivazione ed ancoraggio che di scientifico non hanno nulla. Con questo non voglio togliere nulla al sapere che si forma grazie alla cooperazione fra individui, fondamentale per la crescita personale (e fondamentale anche per uno scienziato che prima di essere ricercatore è anche uomo) ma a parer mio siamo su due livelli di conoscenza completamente differenti..
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Riccardo2 2008 03 28 at 22:46

ops leggendo il link che mi hai mandato ho ricordato da chi veniva l'ipotesi del cambio di paradigma :D
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Folletto Malefico 2008 03 28 at 23:56

"pericoloso esportare il concetto di Oggettivazione oltre le rappresentazioni sociali, in quanto l'oggettivazione è un fenomeno che si presenta nella rappresentazione sociale [...]"


Beh pericoloso mi sembra eccessivo. ;)

Comunque no: l'oggettivazione non è un fenomeno che si presenta *solo* nella rappresentazione sociale, è un fenomeno che si genera a partire dal singolo e assume una connotazione peculiare nella Rappresentazione Sociale.
In altri termini: il gruppo in cui si è inseriti condiziona verso una forma di oggettivazione che tende ad essere comune nell'ingroup, ma ciò non toglie che sia una dinamica che ha sia natura personale che sociale.

Il senso di questo post, infatti è: esiste una teoria in psicologia sociale molto interessante, dalla quale possiamo mutuare un concetto altrettanto interessante, che preso in senso più esteso assume una connotazione molto utile.

Il senso esteso è poi del tutto assimilabile alla definizione di cui sopra, che si riferisce sì alla psicologia sociale, ma che se lo leggi pensando al singolo, noterai che curiosamente si applica in egual misura, quasi con le stesse parole. ;)
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Riccardo2 2008 03 30 at 18:16

va bhe per rischioso non intendevo per la salute ;)

Rileggendo gli appunti non posso che darti ragione, la questione è interessante perchè il processo di oggettivazione oltre a portare a una elaborazione semplificata, porta a una elaborazione congeniale al proprio gruppo di riferimento (è in questo senso che sentivo l'oggettivazione come fenomeno sociale). Nel senso, puoi presentare una definizione di web 2 semplice e chiara, ma come evitare che le persone selezionino della tua definizione di web 2 ciò che preferiscono, in base al loro utilizzo del web? Chi lo usa per scambiarsi messaggini su msn terrà qualcosa, chi lo usa il blog come diario personale terrà altro, chi usa il blog come giornale altro ancora e così via...
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Intense Minimalism • Sci(bzaar)net, domani, Scuola Politecnica del Design 2008 05 16 at 22:41

[...] che in veste di supporto all’organizzazione anche come speaker, tratterò un argomento già accennato in precedenza qui sul blog, ovvero cercare di motivare alcune scelte comunicative studiando delle dinamiche di trasformazione [...]

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