04
07
09

Observation Notes: gli automatismi mentali nell’aprire la porta di casa

Brown Door Lock

E’ qualche tempo che mi sono messo ad osservare la sequenza di azioni che faccio quando torno a casa per aprire le varie porte. Essenzialmente la sequenza principale è:

  1. Arrivo al cancello A
  2. Prendo il mazzo di chiavi
  3. Seleziono la chiave A
  4. Apro A
  5. Arrivo alla porta B
  6. Seleziono la chiave B
  7. Apro B

Questo funziona perfettamente se le porte sono entrambe chiuse. La cosa interessante – ciò mi ha fatto riflettere – è invece legata alle situazioni miste, ovvero quando per qualche motivo una delle porte è aperta. In particolare quella esterna.

Il motivo è che quando il cancello A è aperto mi sono accorto che nell’abitudine delle azioni mi trovavo in mano la chiave A davanti alla porta B, anche se era scorretta.

Per cercare di capire cosa succedeva nella mia testa ho provato a selezionare coscientemente la chiave per la porta interna, con svariati processi mentali. Il risultato però non è stato molto soddisfacente: comunque fosse, mi trovavo abbastanza spesso a tentare di aprire la porta B con la chiave A anche se coscientemente mi ero detto di non farlo. L’abitudine è più forte, a meno di prestarci davvero attenzione.

Capendo quindi che non stavo interpretando qualcosa in modo corretto mi sono messo ad osservarmi meglio anche nelle situazioni normali (entrambe le porte chiuse) ed ho notato che la sequenza non è proprio quella che ho scritto sopra, quella logicamente più intuitiva, ma:

  1. Arrivo al cancello A
  2. Prendo il mazzo di chiavi
  3. Seleziono la chiave A
  4. Apro A
  5. Seleziono la chiave B
  6. Arrivo alla porta B
  7. Apro B

Ecco! La differenza è sostanziale: nella sequenza di azioni mentali, il passo “Seleziono la chiave B” non si è legata all’azione “Arrivo alla porta B” bensì all’istante successivo ad “Apro A”.

Il risultato è che l’insieme di azioni automatiche è raggruppato in questo modo:

  1. Catena di operazioni cancello A, scatenata dal raggiungere il cancello A:
    prendo il mazzo di chiavi -> seleziono la chiave A -> apro A -> seleziono la chiave B
  2. Catena di operazioni porta B, scatenata dal raggiungere la porta B:
    arrivo alla porta -> apro

Questo significa che ci sono due soli eventi che scatenano sequenze di azioni: il cancello A e la porta B. Fin qui è intuitivo.

Quello che succede è che la selezione della chiave io la faccio in conclusione della prima sequenza: già che ho il mazzo di chiavi in mano e lo sto manipolando, mi è più facile già selezionare la chiave successiva (prossimità di azione).

Cosa succede quindi quando la sequenza viene interrotta, trovando il cancello A aperto? Che non devo più eseguire l’azione “Apro A” e quindi non si scatena l’azione successiva, ovvero “Seleziono la chiave B”. Così, arrivo alla porta B e cerco di aprirla con la chiave che ho in mano: A. Quella sbagliata.

Eseguendo questa operazione  tutti i giorni almeno una volta al giorno per anni, è chiaro come lo sforzo mentale necessario deve contrastare una abitudine ben radicata nella quale l’azione è associata ad un evento precedente.

Faccio questo esempio perché lo trovo un esempio molto rilevante di alcuni processi:

Inutile forse notarlo, ma strutturare le nostre azioni per permettere agli automatismi di presentarsi quando utile è una prassi che permette di risparmiare molto tempo: se quando tornate a casa lasciate sempre il portafogli in una precisa posizione, gli occhiali in un’altra e non variate mai tali posizioni succederanno due cose:

  1. Si svilupperanno due automatismi: uno quando tornate a casa, uno quando uscite. Il primo vi permetterà senza sforzo di rimettere gli oggetti in quelle posizioni e il secondo di non dimenticare nulla quando uscite.
  2. Se si forma un errore o una interruzione in una di queste sequenze ve ne accorgerete, notandolo subito o sentendo una leggera forma di disagio.

Egualmente, sarebbe da evitare il generarsi di automatismi quando non volete: se quando suona la sveglia al mattino la spegnete e tornate a letto… e lo rifate per più giorni, alla fine si formerà un automatismo. E avrete sempre problemi a svegliarvi. Provate invece a saltare subito giù dal letto;)

2 comments Add yours below

1

Cyanto 2009 07 05 at 11:44

Il tuo post mi ha portato alla mente "interfacce a misura d'uomo" (J. Raskin). Ho ripreso in mano il libro e nel capitolo 2, una frase dice: "Dobbiamo realizzae interfacce che (1) sfruttano deliberatamente l'attitudine umana alla creazione di abitudini e (2) ingenerano abitudini che facilitano il lavoro degli utenti."

Corrisponde esattamente a quello che sostieni tu, per la vita di tutti i giorni, cioè create abitudini ma fatelo in maniera che queste possano facilitarvi "il lavoro".
2

Folletto Malefico 2009 07 05 at 12:07

Precisamente. :)
Grazie per aver ripreso quella citazione. :)

Jef Raskin non si addentrava nella questione in modo specifico se non ricordo male, e secondo me c'è anche il problema che non tutti vogliono o desiderano auto-migliorarsi.
Di fatto facilitare automatismi (soprattutto quelli efficienti) è un lavoro di per sé (almeno all'inizio) e quindi nell'ambito della progettazione non riguarda gli utenti base, bensì quelli esperti (che spesso sono ignorati nella progettazione).

In effetti si dovrebbe affrontare la questione da due prospettive:
1. quella del designer
2. quella dell'utente.

Io come designer devo fare in modo, come dice Jef, che il sistema consenta la creazione di abitudini (e qui ad esempio rientra tutto il discorso delle interfacce modali-amodali, sequenziali-parallele, tastiera-mouse, etc).

Io come utente devo (dovrei? potrei?) usare le abitudini: l'abitudine volente o meno è naturale che si formi, basterebbe essere attenti in modo da crearne di efficienti.

Leave your Comment

required

required, hidden, never shared

Some HTML allowed: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Trackback this post ~ Subscribe to the comments via RSS Feed